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mercoledì 1 maggio 2013

"Le Isole del Tempo": paleobotanica illustrata, dall'Isola che non c'era


Nella maggior parte delle librerie si ritrovano sezioni dedicate alle opere, di stampo divulgativo, a sfondo paleontologico e/o evolutivo. La sezione per adulti è normalmente sprovvista di volumi illustrati (se si esclude qualche pregevole eccezione), ed è dominata da saggi evoluzionistici. La letteratura per l'infanzia è interamente monopolizzata da enciclopedie illustrate, dedicate ai soli dinosauri mesozoici, di qualità spesso molto discutibile (per approfondimenti, vi rimando a questo post: 12/10/2011 "Antropocentrismo e paleoillustrazione"). Esistono, tuttavia, dei casi a parte (es.1, 2, 3, 4). 

L'eccezione più unica che rara è rappresentata, forse, dal volume "Le Isole del Tempo" (non solo per il titolo, davvero suggestivo). La copertina ha come protagonista una foresta, e l'unico dinosauro presente è quello del logo "Editoriale Scienza". Il libro ha autori italiani, è dedicato alla paleobotanica, e non ha nulla che vedere con la tediosa manualistica universitaria. Libri simili mancavano dal panorama editoriale... internazionale. Il mondo verde preistorico non è certo un tema "in voga", nemmeno su questo blog (per vostra sfortuna - Disclaimer). Le specie vegetali sono raramente protagoniste dell'illustrazione paleontologica, e spesso vengono ridotte a sfondi stereotipati (o a fotomontaggi ambientali), non sempre in linea con i dati paleobotanici. Il che è imbarazzante, se si considera la quasi onnipresenza di soggetti floristici, oltre alle potenzialità strettamente scientifiche, oltre che divulgative, dell'illustrazione/scultura paleobotanica.


Ma torniamo al libro... 
Diversamente da certe guide "alla dino-pokemon" (disseminate di ripetitivi identikit), questo volume parla di un viaggio. Ripercorre l'evolversi degli ambienti (non solo terrestri) fanerozoici, e lo fa in un modo del tutto originale, oltre che divertente. A trascinare il lettore (giovane, giovanissimo, vecchio, vecchissimo) in questa avventura sono le incredibili gesta del Capitano Giacinto Salsapariglia, raccontate attraverso il suo diario di bordo. La nave, il brigantino Flora, dopo essere stata attaccata da pirati saraceni e calamari giganti (che fortuna Capitano!), viene inghiottita da un fitto banco di nebbia. Quale fenomeno atmosferico è più spettacolare delle cosiddette "nebbie del tempo"!? E da qui parte un'avventura, ricca di meraviglie, in quel che può essere (senza dubbio) considerato l'arcipelago più epico di sempre. Ognuna delle isole visitate sembra appartenere ad un mondo a parte, un ideale scenario fossilizzato nel tempo, al sicuro dall'evoluzione. E così, senza scomodare i marchingegni della fantascienza classica, il brigantino risale il Tempo Geologico, fino a svanire nel nulla... James Cook in persona sembra abbia recuperato il baule con i diari di bordo, unica testimonianza del mirabolante viaggio. E dei contenuti "paleobotanici" del taccuino si occupa la seconda parte del libro, dedicata alla storia evolutiva delle piante, presentata in una forma semplice ma accattivante. Il volume è ricco di splendide tavole a colori, ad opera dell'illustratore Riccardo Merlo, realizzate sotto la supervisione scientifica dei restanti autori (Marta Mazzanti, Giovanna Bosi e Paolo Serventi). Il libro è consigliato, ovviamente, a "paleobotanici" in erba di tutte le età.  Prima c'era l'Isola che non c'è; ora ci sono le Isole del Tempo. Un mare di tempo...

"Le Isole del Tempo: avventure nel mondo verde preistorico" è disponibile anche in lingua francese. In questo caso, il titolo è stato modificato, o meglio deformato, sotto il peso dei brontosauri editoriali: "Des îles du temps : La forêt au temps des dinosaures" (di fatto, il libro non si limita alla flora mesozoica, e non è esteso a quella cenozoica -se si escludono alcune schede dedicate a specie viventi).
Ho avuto la fortuna di scoprire il libro grazie ad una conferenza, svoltasi a Bologna, dedicata al suo "dietro le quinte". Riccardo Merlo, architetto ed illustratore, è professore associato di Educazione Ambientale dell'Università di Bologna. 


Al di là delle isole...

Ne approfitto per segnalarvi un secondo libro, scritto e illustrato da Douglas Henderson: "Dinosaur Tree". Si tratta di un piccolo volumetto, non particolarmente vario nei contenuti, ma originale e suggestivo nella forma. Henderson è celebre per la sua abilità nel ricreare gli ambienti, antichi o moderni, e saprebbe rendere protagonista il mondo vegetale anche riempiendo la tavola di dinosauri.  



Anche in questo caso la paleo-flora ci viene introdotta per mezzo di una storia, di un viaggio. Ma senza uomini. "Vita, morte e miracolosa fossilizzazione di una pianta" sarebbe stato un titolo azzeccato; ma i dinosauri sono più "librogenici", e non poteva mancarne un riferimento. La storia ci spinge indietro nel tempo di 225 milioni di anni, e ruota intorno ad un albero. Un ciclo di vita lungo mezzo millennio, dal minuscolo germoglio ad uno dei colossi del Triassico, alto settanta metri e pesante cento tonnellate. Una sorta di approccio biografico, utilizzato, più recentemente, anche per "Tree: A Life Story", un libro di David Suzuki e Wayne Grady, illustrato dal celebre Robert Bateman. Il libro di Douglas fornisce una panoramica accattivante, servendosi di appena una trentina di pagine. Douglas Henderson ha saputo fondere la sua esperienza prolungata nei pressi del Parco di Yellowstone con l'osservazione e lo studio dei fossili del Petrified Forest National Park. Due nature molto lontane tra loro, silenziose, come alberi e fossili.  

La prima e l'ultima tavola. Il libro è corredato da diciassette illustrazioni, ordinate lungo l'arco di vita (e "post mortem") della pianta protagonista, un Araucarioxylon
L'albero degli anomodonti... L'illustrazione originale, realizzata a pastello, è attualmente in vendita (link).

Ho sempre trovato meravigliose le illustrazioni di Henderson, fin da bambino, quando ebbi la fortuna di scoprirlo tra le pagine di "Dinosauri" (1993), di Sylvia e Stephen Czerkas. Il libro è completo di una breve sezione paleobotanica, in cui vengono elencati i generi floreali presenti nelle illustrazioni dell'intero volume. Non è molto, ma rende meno invisibili gli sfondi, riuscendo a suggerirne la complessità. Uno sfondo complesso è un invito all'esplorazione. Ovviamente, per il futuro, non posso che auspicare in una guida paleobotanica dignitosamente illustrata. Sarebbe più rivoluzionaria di qualsiasi rinascimento della speculazione, fornendo un valido riferimento visuale per la creazione degli ambienti. 

""(...) one good picture is worth ten thousand words. In this context, I have never understood why large-format volumes of illustrations are often contemptuously dismissed by academic and intellectuals (though usually by the posturers rather than the folks of substance) as 'coffee-table books". I do not despise my coffe table as a low form of furniture (except in the strictly literal sense), and I regard beautiful and informative books of pictures as among the most sublime products of the publishing industry." (tratto da "The Book of Life: An Illustrated History of the Evolution of Life on Earth", di Stephen Jay Gould) per alcuni approfondimenti

domenica 2 settembre 2012

La linea dell'immaginario (5) - Muta intelligenza

Il 15 agosto si è spento Harry Harrison (1925-2012), un prolifico scrittore di fantascienza. Vanta di un notevole contributo al genere preistorico (in una sua forma ucronica), il "Ciclo degli Yilanè" (1984-1988 / sito ufficiale). La storia (raccontata in una trilogia) riflette l'immaginario emergente di quegli anni: il dinosauroide antropocentrico di Russell e Séguin (nel caso di Harrison, uno squamato mosasauroide) incontra, o meglio, non incontra il cataclisma K-Pg, e si dà all'ingegneria genetica. Harrison rivela biologia, usi e costumi (linguaggio incluso) delle sue creature, rendendo di maggiore fascino uno scenario altrimenti arido e artificiale, per quanto evolutivamente impossibile (il mondo è popolato anche da uomini e proboscidati, qui originari del Nord America). Ne approfitto per segnalare una splendida illustrazione di Wayne Barlowe, con soggetto la Yilanè (malgrado il discutibile titolo italiano, sono rettili antropomorfi al femminile), che tuttavia non rientra tra le immagini dei romanzi originali (illustrazioni interne di Bill Sanderson, copertine di Gino D'achille - per approfondimenti)

Wayne Barlowe, 1992 (da "The Ultimate Dinosaur" - vedi edizione italiana)
" - Insensate, miserabili creature mute! Voi non sapete niente della bellezza del parlare, della flessibilità del linguaggio, della gioia di chi è coerente. Voi nuotate, pescate, vi scaldate al sole e dormite. Potreste essere morte e non farebbe nessuna differenza. Io stessa, se fossi morta... - Era sveglia, ora. Del tutto sveglia e ben riposata, perchè il suo sonno era stato lungo. Lei non sapeva quanto lungo; sapeva soltanto che molti giorni erano trascorsi, e molte notti. Mentre le onde si allungavano in lenti ventagli di schiuma fino ai suoi piedi, Vaintè ripensò a ciò che era successo e cominciò a comprenderne una parte. Abbandonata, privata del mondo che conosceva, strappata alla sua città, alla sua autorità, al suo rango, lei era stata gettata su quella spiaggia per morire. (...) Lì non c'era niente per lei, non era neppure un posto degno di avere un nome. Quando lo aveva accettato come rifugio era malata. Ora stava bene. Non c'era ragione di restare lì, niente da ricordare, nessuna a cui parlare prima di separarsi. Senza neppure voltarsi a guardare la spiaggia avanzò nell'acqua bassa, si tuffò fra le onde e cominciò a nuotare verso Nord." (tratto dal terzo ed ultimo volume, "Scontro Finale", pubblicato nel 1988 - il titolo originale è "Return to Eden")

Ai futuri sognatori (scrittori provetti o meno), interessati al soggetto, segnalo un recente articolo di Andrea Cau (paleontologo dei vertebrati, nonchè autore di un romanzo fantascientifico), pubblicato nel contesto di un Carnavele scientifico dedicato al celebre progetto SETI ("Search for Extra-Terrestrial Intelligence"). Il provocatorio contributo di Andrea riformula il problema, spostando la ricerca di vita intelligente da un contesto astronomico ad uno geocronologico, essenzialmente terrestre. Un SETI alternativo ("Search for Extinct Terrestrial Intelligence"), alla ricerca di specie di ere lontane, come aliene, per la nostra quotidianità olocenica. Le Civiltà del Tempo Geologico sono ben note all'immaginario fantascientifico e/o orrorifico (per approfondire): si pensi ai mondi perduti di Howard Lovecraft (Dagon venne prima dell'Yilanè...). Malgrado gli sforzi creativi (non sempre originali) degli scrittori, lo sviluppo di un'intelligenza antropomorfa non sembra essere intrinseco delle Storie della Vita, a prescindere dai miliardi di anni a disposizione. Tra il serio e il faceto, Cau (1,2) e Darren Naish (riepilogo delle trattazioni a tema, su "Tetrapod Zoology") hanno dedicato una serie di post al dinosauroide, rivalutato criticamente. Anche volendo immaginarne l'esistenza, seguendo le leggi creative (prima che biologiche) della "Speculative Evolution", un rettile dalle fattezze umane si spingerebbe ben oltre la semplice convergenza evolutiva. Molti territori creativi scoperti scientificamente vanno ancora esplorati dagli scrittori del fantastico. Dunque, buona navigazione! Forse, lungo un infausto tragitto, incrocerete il sentiero di una qualche ignota, muta intelligenza...

Copertina del secondo volume, "Winter in Eden" (1986 / titolo della versione italiana: "Il nemico degli Yilanè"). La poderosa creatura visibile nell'illustrazione (di Gino d'Achille) viene definita "uruketo", ovvero una sorta di sottomarino OGM (un ittiosauro creato dagli ingegneri genetici Yilanè, dotato persino di un "locale" interno, adibito al trasporto di passeggeri e mercanzia). 

"Furono le sculture, comunque, a impressionarmi di più. Ben visibili, per la loro mole ciclopica, anche al di qua dell'abisso, formavano una sequenza di bassorilievi il cui tema avrebbe fatto l'invidia di un Doré. Credo che nelle intenzioni degli scultori le figure dovessero rappresentare uomini, o almeno una specie particolare di uomini, che tuttavia nuotavano come pesci nelle profondità di grotte sottomarine e pregavano davanti a un altare di pietra pure sommerso. Non oso descrivere oltre nei particolari i loro corpi, i loro volti, perchè il semplice ricordo mi fa star male. Grotteschi oltre l'immaginazione di un Poe o di un Bulwer-Lytton, nell'insieme erano maledettamente umani ma avevano mani e piedi palmati, labbra enormi e mollicce, occhi vitrei e sporgenti e altri tratti ancora più spiacevoli. Cosa alquanto strana, sembravano sproporzionati rispetto allo sfondo: una delle creature era rappresentata nell'atto di uccidere una balena che era poco più grande di lei. Fui colpito, come ho detto, dalle loro dimensioni e dall'aspetto grottesco, ma un attimo dopo decisi che doveva trattarsi semplicemente degli dei fantastici di una primitiva popolazione di pescatori o marinai; una popolazione, peraltro, i cui ultimi discendenti erano morti milioni di anni prima che nascesse l'antenato dell'uomo di Neanderthal o di Piltdown. Intimorito dalle prospettive che si aprivano su un passato inconcepibile anche per l'antropologo più fantasioso, continuai a rimuginare sotto la luna che gettava strani riflessi nel canale ai miei piedi. Poi, all'improvviso, lo vidi." (tratto da "Dagon", racconto breve di H. P. Lovecraft, luglio 1919)


domenica 17 giugno 2012

La Linea dell'Immaginario (4) - Mappe e labirinti

Estratto di "La Strada" (2006 / titolo originale: "The Road")



"Una volta nei torrenti di montagna c'erano i salmerini. Li potevi vedere fermi nell'acqua ambrata con la punta bianca delle pinne che ondeggiava piano nella corrente. Li prendevi in mano e odoravano di muschio. Erano lucenti e forti e si torcevano su se stessi. Sul dorso avevano dei disegni a vermicelli che erano mappe del mondo in divenire. Mappe e labirinti. Di una cosa che non si poteva rimettere a posto. Che non si poteva riaggiustare. Nelle forre dove vivevano ogni cosa era più antica dell'uomo, e vibrava di mistero."

English version “Once there were brook trout in the streams in the mountains.  You could see them standing in the amber current where the white edges of their fins wimpled softly in the flow.  They smelled of moss in your hand.  Polished and muscular and torsional.  On their backs were vermiculate patterns that were maps of the world in its becoming.  Maps and mazes.  Of a thing which could not be put back.  Not be made right again.  In the deep glens where they lived all things were older than man and they hummed of mystery.”



fonte

mercoledì 6 giugno 2012

La Linea dell'Immaginario (3) - L'inferno di Ray Bradbury

Estratto di "A parte un dinosauro, che cosa vuoi diventare da grande?"
"Beside a Dinosaur, Whatta Ya Wanna Be When YouGrow Up?" ("Dinosaur Tales", 1983)

Di Ray Bradbury

Illustrazione di copertina di William Stout

"Dio, reverendo, è stato fantastico! I mostri!"
"Non adorare nè i mostri nè gli uomini, però" disse il reverendo, tentando di mantenere il sermone sui binari giusti. Benjamin non era tipo da lasciarsi fuorviare. "Mi è piaciuta la parte sul desiderare che qualcosa succeda. E' vero?" Il reverendo per poco non si ritrasse sotto lo sguardo abbagliante del ragazzo. "Ebbene..." "Voglio dire" riprese Benjamin "se qualcuno desidera qualcosa con sufficiente intensità, si avvera?" "A patto" s'intromise il nonno, accorendo per trarre in salvo il reverendo dalla sua stessa progenie "che tu dia elemosine ai poveri, reciti le preghiere giuste, faccia con diligenza i compiti di casa, riordini la tua stanza..." Il nonno rimase a corto di parole. "Ma è un sacco di cose" esclamò Benjamin, spostando gli occhi dal precipizio del nonno all'altopiano del reverendo Clue. "Che cosa devo fare prima di tutto?" "Il Signore ci desta ogni giorno chiamando ognuno di noi al proprio compito, figliolo. Me al mio: fare il reverendo. Te al tuo: essere un ragazzo, ardente e pronto a desiderare di diventare" "Desiderare di diventare" Benjamin ridacchiò, col viso ardente. "Desiderare di diventare" "Ma solo dopo aver fatto il tuo dovere, ragazzo, solo dopo aver fatto il tuo dovere." Ma Benjamin, rianimato e pieno di slancio, corse, si fermò, poi tornò indietro, senza dargli ascolto. "Reverendo, è stato Dio a creare quelle bestie, giusto?" "Ebbene sì, che ti benedica, figliolo. E' stato lui." "Lei pensa mai al perchè?" Il nonno posò la mano sulla spalla di Benjamin, ma Benjamin, lui, non la sentì. "Voglio dire, per quale motivo Dio avrebbe creato i dinosauri per poi farli scomparire?" "Egli opera per vie misteriose..." "Troppo misteriose per me" ribatte Ben con audacia. "Non sarebbe magnifico se avessimo il nostro dinosauro privato qui a Green Town, Illinois, tornato per non scomparire mai più? Le ossa sono favolose, ma l'animale reale, non sarebbe magnifico? "Ho anch'io un debole per i mostri, a dir la verità" ammise il reverendo. "Lei pensa che Dio li farà mai rivivere?" La conversazione, a quanto poteva vedere il reverendo, stava puntando verso le sabbie mobili, e lui non aveva intenzione di sprofondarci. "Tutto quello che so con certezza è che, se muori e vai all'inferno, ci saranno le bestie, o un loro facsimile, ad aspettarti." Benjamin sorrise raggiante. "Vale quasi la pena di morire!" "Figliolo" cominciò il reverendo. Ma il ragazzo era corso via.

William Stout - illustrazione originale per il racconto "Un rombo di Tuono", una tra le creazioni più celebri dello scrittore. La foresta era vasta e piena di fremiti, fruscii, sussurri e sospiri. Di colpo tutto cessò, come se qualcuno avesse chiuso una porta. Silenzio. Un rombo di tuono. Dalla foschia, a un centinaio di metri di distanza, sbucò il Tyrannosaurus rex. "Cristo" mormorò Eckles. "Stt!" Avanzava su grandi zampe oliate, elastiche, agili. Torreggiava di una decina di metri sopra la metà degli alberi, un grande dio del male, che piegava i delicati artigli da orologiaio avvicinandoli al petto oleoso da rettile.

"Dunque, vedete, i dinosauri che precipitavano dalla parete rocciosa in Un mondo perduto, un vecchissimo film del 1925, mi colpirono in pieno, così come King Kong quando avevo 12 anni. Letteralmente schiacciato, senza fiato per l'amore, cominciai ad arrabattarmi con la mia macchina da scrivere giocattolo, e da allora ho trascorso il resto della mia vita a spasimare per quell'amore inappagato. Lungo la strada ho incontrato un altro giovanotto, esattamente della stessa età, che nutriva esattamente lo stesso amore, per non dire bramosia. Giacchè quelle creature preistoriche popolavano i suoi giorni e turbavano le sue notti. Il giovanotto si chiamava Ray Harryhausen. Nel garage di casa sua stava costruendo, e animando con una pellicola da 8 mm a passo, una famiglia di dinosauri. Io andai spesso a trovare quella famiglia, tenni fra le mani i modellini, parlai per ore e ore, per molte sere di molti anni, con il mio amico, e ci trovammo d'accordo sul fatto che doveva crescere per dare vita ai dinosauri. Io dovevo per prestare loro la parola. E così è stato." (Ray Bradbury, 12 agosto 1982)


 "Il mondo perduto" (1925), film completo

Ray Harryhausen "Evolution of the World" (1938-40)

"Il risveglio del dinosauro" è stato il primo e l'unico film al quale abbia collaborato. Non è stato un gran film, e nemmeno un buon film, ma l'inizio di due carriere che alla fine hanno portato i film di animazione di Ray, le sue bestie - e i miei libri - in alcuni degli angoli più remoti del mondo. (Ray Bradbury, 1982)

giovedì 24 maggio 2012

La Linea dell'Immaginario (2) - Il Sogno di Axel (da "Viaggio al Centro della Terra", di Jules Verne)

"Viaggio al Centro della Terra" (1864) [romanzo completo]
"Voyage au centre de la Terre"
Di Jules Verne


Il sogno di Axel

"Afferro il cannocchiale e osservo il mare: è deserto. Senz'altro siamo ancora eccessivamente vicini alle coste. Guardo per aria. Chi potrebbe vietare a qualcuno di quegli uccelli ricostruiti dall'immortale Georges Cuvier, lo zoologo e paleontologo francese, creatore dell'anatomia comparata e della paleontologia, di fendere con le ali i pesanti strati dell'atmosfera? I pesci sarebbero senza dubbio per loro un sufficiente nutrimento. Esploro lo spazio; ma l'aria è deserta come le rive. 

La mia immaginazione, comunque, mi porta a fantasticare riguardo alla paleontologia. Sono sveglio ma sogno ugualmente, e mi sembra di vedere sull'acqua i giganteschi chersiti, quelle primitive tartarughe, assai simili a isole galleggianti; si muovono sulla spiaggia ormai rabbuiata i grandi mammiferi dei primi periodi della creazione, il leptotherium, ritrovato nelle caverne del Brasile, il mericotherium, proveniente dalle fredde lande siberiane, più oltre, il pachiderma lophiodon, un gigantesco tapiro, si cela dietro le rocce, pronto a strappare la preda all'anoplotherium, strano animale assai simile al nostro rinoceronte, ma che ha qualcosa in comune anche con il cavallo, con l'ippopotamo e, perché no? anche col cammello, come se il buon Dio, troppo preso dalla fretta nelle prime ore della creazione del mondo, avesse voluto riunire in uno solo molti altri animali. Il gigantesco mastodonte ruota la sua proboscide e stritola con le zanne le rocce della spiaggia, mentre il megatherium, ritto sulle enormi zampe, cerca nella terra ridestando con le sue grida l'eco dei graniti sonori. Più oltre il Protopiteco, la prima scimmia apparsa sulla superficie della Terra, s'arrampica sulle impervie cime; e più su ancora, il pterodattilo dalla mano alata volteggia come un grosso pipistrello nell'aria compressa infine, negli ultimi strati, giganteschi uccelli, più forti del casoaro, quel grande uccello corridore, proprio dell'Australia e dell'Arcipelago malese, più grandi dello struzzo, distendono le loro ali e vanno a battere il capo contro la parete della volta di granito. Tutto questo mondo fossile rivive nella mia fantasia. Ripenso all'età primitive della creazione, molto tempo prima della nascita dell'uomo, quando la Terra ancora in formazione non gli era sufficiente. Il mio sogno anticipa allora l'apparizione degli esseri animati. Scompaiono i mammiferi, quindi gli uccelli, e i rettili dell'era secondaria; infine i pesci, i crostacei, i molluschi e gli artropodi. Gli ammoniti dell'era cretacica a loro volta ritornano nel nulla. Tutta la vita della Terra si riassume in me, e il mio cuore è solo a battere in quel mondo senza la presenza dell'uomo e degli altri esseri. Né stagioni, né climi; il calore proprio della Terra si accresce incessantemente e neutralizza quello del Sole; la vegetazione si espande. Io passo come un'ombra tra le felci arboree; calpesto con piede incerto le marne iridescenti e la creta screziata del suolo. Mi appoggio al tronco delle gigantesche conifere e mi sdraio all'ombra degli sfenofilli, degli asterofilli, dei licopodi che si ergono per oltre cento piedi d'altezza. I secoli trascorrono come fossero giorni! Risalgo la serie delle terrestri trasformazioni. Le piante scompaiono, le rocce di granito smarriscono la loro solidità, lo stato liquido si sostituisce al solido a causa dell'azione di un calore più forte; le acque scorrono alla superficie della Terra, la quale, un poco alla volta, non è altro che una massa gassosa, riscaldata al calor bianco, grande come il sole e parimenti splendida. Al centro di questa nebulosa, un milione e quattrocentomila volte più grande del globo che essa formerà un giorno, io mi sento trascinato negli spazi planetari! Il mio corpo si assottiglia, si esalta a sua volta e si mescola come un atomo imponderabile a quegli immensi vapori che tracciano nell'infinito la loro orbita infiammata!

Quale sogno! Dove mi trasporta? La mia mano tremolante ne scrive sulla carta gli strani particolari! Ho scordato tutto, professore, guida, zattera; il mio spirito è in preda alla più viva eccitazione... Che cos'hai? mi chiede lo zio. I miei occhi si fissano su di lui senza però vederlo. Attento, Axel, o finirai col cadere in mare! Ecco, in questo preciso istante, mi sento prendere con forza la mano da Hans; se non fosse stato per lui, inebriato dalle immagini oniriche sarei senz'altro caduto tra i flutti. Sei diventato forse pazzo? disse il professore. Che cosa c'è? dico riprendendomi. Stai male? No, ho avuto per un momento un'allucinazione, ora va meglio va tutto bene, no? Ottimamente. Buon vento, buon mare. Procediamo rapidamente e, se non sbaglio, tra poco dovremmo toccar terra. Nel sentire queste parole mi alzo in piedi, osservo l'orizzonte: la linea delle acque si confonde con quella delle nuvole." 

 Édouard Riou illustrò la settima edizione dell'opera verniana (1867).
per approfondimenti: 03/02/2012 Gideon Mantell e 09/02/2012 De la Beche e Hawkins, padri della paesaggistica "preistorica"

venerdì 11 maggio 2012

La Linea dell'Immaginario (1) - "Povero Piccolo Cacciatore" di Brian Aldiss


"Povero Piccolo Cacciatore" (1958)
"Poor Little Warrior!"
Di Brian W. Aldiss

William D. Berry (1960s)

"Claude Ford sapeva esattamente cosa si provava a cacciare un brontosauro. Strisciavi incurante in mezzo all'erba sotto i salici, in mezzo ai piccoli fiori primitivi con i petali verdi e bruni come un piccolo campo da football, in mezzo al fango che assomigliava a una lozione di bellezza. Sbirciavi la creatura sdraiata in mezzo alle canne, il suo corpo grazioso come un calzino pieno di sabbia. Giaceva là, lasciando che la gravità coccolasse la sua peluria bagnata sulla palude, facendo scorrere le sue grosse narici grandi come l'imboccatura della tana di un coniglio, un piede sopra l'erba, descrivendo un ampio semicerchio, nella ronfante ricerca di altre canne carnose. Era bellissimo: qui l'orrore aveva raggiunto i suoi limiti, aveva percorso il cerchio completo, per poi infine scomparire su per il rigurgito del proprio sfintere. I suoi occhi luccicavano con la vivacità dell'alluce di un cadavere vecchio di una settimana, e il suo alito composito e il pelo nelle sue grezze cavità auricolari andavano raccomandati in maniera particolare a chiunque avrebbe altrimenti manifestato la propensione a parlare amorevolmente dell'opera di Madre Natura.

Ma mentre tu, piccolo mammifero con le dita opponibili e un fucile calibro 65 ad auto-caricamento, semi-automatico, a doppia canna, compudigitalizzato, col mirino telescopico, spietato e ad alto potenziale stretto nelle tue zampe per ogni altro verso indifese... sì, mentre sgusci sotto quegli antichissimi salici, ciò che primariamente ti attrae è la pelle della lucertola del tuono. Essa emana un odore che vibra profondamente come le note basse di un pianoforte. Fa assomigliare l'epidermide di un elefante a un foglio di carta igienica spiegazzato. È grigia come i mari dei vichinghi, di una profondità illusoria come le fondamenta di una cattedrale. Quale possibile contatto con le ossa avrebbe mai potuto placare la febbre di quelle carni? Sopra di essa corrono (puoi vederli da qui!), i piccoli pidocchi bruni che vivono in quei grigi muraglioni e in quei canyon, allegri come spettri, crudeli come granchi. Se uno di loro ti saltasse addosso molto probabilmente ti romperebbe la schiena. E quando uno di quei parassiti si ferma per drizzarsi sulle zampe sopra una delle vertebre del bronto, puoi vedere che trasporta a sua volta la propria messe di gaudenti parassiti, ognuno grosso quanto un'aragosta, poiché adesso sei vicino, oh, cosi vicino che riesci a sentir battere il primitivo organo cardiaco del mostro, mentre il ventricolo mantiene miracolosamente il tempo con l'orecchietta. Oramai non è più il tempo di ascoltare l'oracolo: sei al di là dello stadio dei presagi, adesso sei sulla strada dell'uccisione, la tua o la sua; per quest'oggi la superstizione ha avuto la sua giornata: d'ora in avanti soltanto questo tuo impaurito coraggio, questo vacillante conglomerato di muscoli intrappolato in modo non rintracciabile sotto il carapace della pelle resa lucida dal sudore, questo minuscolo stimolo sanguinario di trucidare il drago, risponderà a tutte le tue preghiere. Potresti sparare adesso. Aspetta soltanto che quella minuscola testa che erutta vapore si soffermi un'altra volta per inghiottire una badilata di giunchi di palude, e con un bang di una volgarità inesprimibile potrai mostrare a tutto l'indifferente mondo del giurassico che sta guardando dalla propria altezza l'estremità di quest'altra specie di verga sostituirsi brutalmente al sesso nella storia dell'evoluzione.